Queste righe che aprono la rivista saranno brevi brevissime, e non perché le cose da dire non ci siano o l’importanza dei temi che coinvolgono le persone non sia drammaticamente valutabile: brevissime per via che le righe di cui sopra forse esprimono (o magari hanno la pretesa di essere) un ragionamento talmente generale da rasentare, sicuramente per un estremo difetto nella concettualizzazione delle stesse,la genericità del discorso, sicché non vogliono accentuare oltremodo, con l’eventuale lunghezza che prevederebbe una riflessione più approfondita, il comprensibile fastidio che ne potrebbe venire a chi le leggesse. Eppure, al di là del pericolo appena sottolineato, ciò che vorrebbero dire viene dalle stesse pensato almeno utile e, forse, anche meritevole d’attenzione. Il nocciolo del ragionamento si sostanzia su
un semplice quanto complicato assunto: la verifica dei recenti anni, le crisi che li hanno riempiti e sostanziati nonché i drammi che da quelle sono nati, ha ingenerato un’acuta consapevolezza di quanto sia fondamentalmente inutile entrare dentro le attuali istituzioni e parteciparvi, di quanto le stesse risultino fondamentalmente inutili, credendo di potere con queste approntare quei cambiamenti all’altezza dei
problemi che si sono creati. Tale inutilità si evidenzia a fronte delle relativamente nuove regole economiche e finanziarie, potenziate queste dall’affermarsi non tanto del libero movimento dei capitali, i quali notoriamente non hanno mai avuto frontiera, ma dall’abdicare della politica al loro controllo, sicché quegli istituti sono stati e tuttora vengono bellamente e comodamente scavalcati, ponendo a tantissimi un
interrogativo: nell’Occidente ci troviamo realmente in una situazione di democrazia avanzata o non invece nel suo contrario, negli avanzi della democrazia? e in quegli avanzi, naturalmente, anche se nessun potere odierno lo ammetterà mai pubblicamente, vi sono ammucchiati milioni di persone, che con peloso pudore vengono additati come “gli svantaggiati”, a sottolineare che l’unico vantaggio cui è necessario
riferirsi oggi non è quello di sostenere un ordine dove vivono e si sviluppano i diritti e le tutele democratiche, alle quale il popolo di cui sopra ritiene che si dovrebbe guardare, ma alla capacità di sopravvivere nell’intricata giungla che si sviluppa proprio nell’assenza di quegli istituti democratici, così sopravanzati dai tempi che ci circondano e costringono. Va però detto che popolo e istituti democratici sono sì al momento superati, ma restano comunque una forza pericolosa, che ancora sarebbe capace di inceppare i meccanismi mercatistici e finanziari odierni, anzi per
dirla meglio: entrambi sono stati superati proprio perché sono una forza pericolosa per quei meccanismi. Cosicché ciò che ora si dovrebbe convenire di fare dovrebbe riguardare appunto azioni che reinventino forme di democrazia accanto alle quali il popolo degli “svantaggiati” trovi riparo. In definitiva, si rende sempre più necessario riflettere sul perseguimento di azioni politiche e sociali che abbiano come obiettivo
l’operare a livello di base, creando aggregazioni di potere democratico popolare, non movimenti o gruppi o partiti che vogliano concorrere a elezioni né, tantomeno, false aggregazioni eterodirette da saltimbanchi, sbarcate sul tanto deprecato Parlamento con tanto di spade in mano, a urlare e minacciare senza davvero voler fare per via che immergere le proprie mani nella mota che si giura di voler spalare, per questi fighetti significa infettarsi. Non questo quindi, ma piuttosto aggregazioni che definiscano tout court situazioni di potere contrapposto a quello dominante, piccole frazioni di potere effettivo e sotterraneo, che possano poi dilagare e congiungersi tra loro, non esperienze volte solo ad aprire le coscienze con solo obiettivi a lunga scadenza, ma situazioni di vera e propria conflittualità immediata per il potere, di opposizione costante e quotidiana, specificando però e sottolineando con fermezza che qui la conflittualità non è prevista come atto violento contro il potere, ma di contrapposizione, poiché è certo che ogni atto di violenza estemporanea non scardina nulla di quel potere che si vorrebbe combattere, anzi lo rafforza mandando a gambe all’aria ciò che si voleva imporre. La violenza, se praticata come metodologia politica è una oggettiva provocazione che rafforza il sistema, ne alza il livello di potere. Per questo motivo, il conflitto va verificato nei fatti quotidiani, nella contrapposizione tra ciò che un’aggregazione sociale persegue, mettendo in atto azioni di contropotere sociale quotidiano; la violenza politica non può darsi come metodologia, tutt’al più come atto finale che sancisce un rivolgimento che è già nei fatti che l’hanno preceduta.
Due sono le modalità attraverso cui poter sperare di raggiungere lo scopo di questo contropotere: puntare su vere e proprie collettività di persone, comunità che
si aggregano e mettono in pratica azioni alternative di disobbedienza civile e sociale; una comunità di persone che decidano di uscire allo scoperto e si fondino al di fuori dell’attuale sistema. Partire da questo con esperienze minime, per poi allargare non tanto un dissenso verso il sistema sociale, secondo la vecchia e superata credenza riformatrice, ma l’estraneità da esso attraverso le azioni. La seconda modalità, inevitabilmente legata alla prima e, anzi, primaria per quanto riguarda l’atto che definisce quell’estraneità e ne e sancisce il distacco, è il rifiuto totale del voto che elegge quelle istituzioni, posizione difficile da considerare come politicamente accettabile e non il frutto di un qualsiasi qualunquismo o di un anarchismo da operetta, ma nondimeno necessaria per riuscire a liberarsi, anche se questo può apparire sconsiderato, da quei meccanismi che hanno inceppato l’attuale democrazia.

nota a lato

Un po’ di anni fa, la sinistra era solito definire i Governi degli stati capitalistici come “Comitato d’affari
del capitale”, e c’era non poca ragione in questo, visti gli interessi che lì vi venivano difesi e le durissime
lotte dei lavoratori per erodere il tanto destinato a pochi perché fosse ridistribuito ai molti che ne
erano privi. Oggi questa definizione non vale più, il capitale può fare a meno di delegare la difesa dei
propri interessi, avendola sussunta in se stesso; ai Governi non resta che sottoscriverla e, per mantenere
una parvenza di “vita politica” spacciata come dibattito democratico e coprire la propria vuotezza, aumentare
il livello di battibecco litigioso e di scontro, sia all’interno dei singoli partiti che tra gli stessi.

*Uscito sulla rivista Istànti, n. 10, ottobre 2013} else {