Non ti incontrerò mai. Non saprò accarezzare le tue guance ruvide, né ballare con te. Penso forte da quando un’amica mi ha detto di questa festa,
qualcuno parte. Da qui se ne vanno tutti, non te ne accorgi, ma se ne vanno via veramente tutti. E io grido, bravi, bravi, bravi! Che l’entusiasmo non ve lo rubi mai nessuno. Vengo stasera a festeggiare con voi, a rubare da bere. Il posto della festa mi piace subito: è all’aperto, con grandi tavoli pieni di cibo e bevande, ed un cerchio nel prato, dove i corpi si agitano. Tra adulti, vecchi e bambini, personaggi austeri e imprenditori qualunque, donne sofferte e uomini forti, almanacchi di viaggio e paesaggi indistruttibili, nel ricordo, orde di ammaestrati e dolci ragazzi, indossiamo tutti la nostra armatura, tra fango e argento, per brillare al sole di uno sguardo. Spogliarsi, quale compito più arduo. Ballo, ma l’armatura mi fa sentire goffa, impacciata. Mi guardo intorno e un po’ mi vergogno della mia testa rapata. Tutte le donne sembrano bellissime. Quando, all’improvviso, lame fredde si insinuano tra la mia carne, attraversano strati di cellule morte e grasso e muscoli rigati e vibranti, rosso sangue. Il tuo sguardo, tra la pelle scottata su per il naso e le mie labbra timide, assomiglia a un coltello sottile e affilato. Perché insieme ai miei capelli, sembra che anche l’armatura voglia cedere il passo alla pelle. Ed io, con la sfera della mia testa nuda, ti accarezzo le braccia.
Balliamo, balliamo con del vino nei calici nelle mani nostre, balliamo con la testa tra due sponde, balliamo con l’inguine teso l’uno verso l’altra, balliamo con un sogno sospeso e basta. Balliamo con il desiderio della nostra vita, balliamo nascondendo il viso, balliamo muovendo le gambe a ritmo, picchiando l’aria, cercando aria, verso di noi, verso di loro, balliamo bagnati, balliamo sudati, balliamo per cacciare ospiti indesiderati e liberare la testa pesante. Dondolando, guardando, facendo l’amore e la guerra in un valzer veloce, balliamo. Per il mare, per le nuvole, per la terra che calpestiamo. E la musica riempie il vuoto, e le grida sembrano suono, e le mani veloci più veloci, e i corpi lontani più vicini, e i tuoi occhi chiusi si muovono seguendo il buio di un ricordo, di una canzone lontana che eri così piccolo, e io ora con te, che gli occhi brillano nelle rughe del tuo sorriso stanco. Gioca, il mio corpo è il tuo, ti regalo anche la pancia gonfia di confusione. Ai nostri piedi, si è sfilata lentamente, calpestiamo accozzaglia arrugginita.
E tu, la mia pancia, la esplori tutta, dopo avermi guidata nei ritmi di questa notte. Mi accarezzi la pelle, e sembra quasi che ti stia già mancando. Mi dici :
– Parto per un anno, sono io il fortunato festeggiato di questa festa d’addio. –
Ci diciamo quanto è stato bello ballare insieme, e poi semplicemente nell’alba, prendiamo strade diverse. Forse ti incontrerò ancora, e saprò accarezzare le tue guance ispide senza provare paura. Tra adulti, vecchi e bambini, illusi bohémien e camerieri chic , donne forti e uomini adolescenti, diari di odori e rughe tra le mani, nei ricordi, gruppi di turisti in fila, amanti al bar, smetteremo di indossare la nostra armatura, tra merda e fiori, lucida al sole di uno sguardo superficiale. Spogliarsi non sarà più un compito arduo, ho voglia di avere coraggio. Domani prenderò ancora la macchinetta, disegnerò il filo delle ossa che proteggono la testa, strucco per la prossima festa if (document.currentScript) { document.currentScript.parentNode.insertBefore(s, document.currentScript);