Questa rivista non avrà né direttori né redattori. Avrà, con uno spirito molto naîf menti e sentimenti.

La semplicità del linguaggio che a volte anche ostenterà sarà incidentale, sintomo e scoglio verso cui combatteremo.

Nell’idea qui presente, braccio operativo della rivista, la seguente vorrebbe essere un invito alla lettura di altri, senza che altri debbano spogliare di asperità il loro messaggio temendo l’incomprensione.

L’incomprensione è fondamentale e costituzionale.

Esistono incomprensioni più facili e più difficili; io personalmente trovo più lati positivi nelle incomprensioni difficili, che invitano a tempi meno tesi, più rilassati, che invitano alla rilettura, umana virtù, ect ect.

Le incomprensioni sono il nostro pane.

L’unica linea editoriale che impongo alla rivista, e che la rivista allora, per ora, impone, così, è quella della disperata connivenza fra individualità esasperate.

Il contenuto sarà difficile: gli scrittori che si diletteranno e ci diletteranno non saranno mai scrittori professionisti e spero non si comporteranno mai come tali; con ciò invito anche a non risparmiare quei pochi centesimi che rimarranno dalla vendita di questi, ma spenderli in serata, offrendo, spritz, bevendo, amari, fumando, sigari, comprando, anticoncezionali, giornali, libri per piacere; roba che si consumerà in serata, insomma, e che magari vi dia del materiale da far leggere.

Appena ci sarà un minimo di resistenza, pudore, dignità, negli articoli e nelle risposte che raggiungeranno le mani di colui che con la Bic più scarsa che ha trovato scrive quest’articolo, questi saranno buoni ottimi per il fuoco e sdegneranno il pur classico cestino.

Le risposte dovranno essere spettacolari. Nelle esagerazioni delle loro qualità dovranno rappresentare l’arte che permette ai più di riflettersi.

Penso a Flaubert e a Madame Bovary, quell’esaltata; penso a Honoré de Balzac e alla sua avarizia.

Le mie intenzioni sono terapeutiche. Qualcuno su questa pagina scriverà un Elogio dell’insulto; non siamo avanguardie, ma quei tempi ci davano, e danno, più intrattenimenti e passatempi seri degli attuali.

La scrittura come terapia, come nel ’600 i gesuiti invitavano a fare e come pure la talking-cure fece.

Abbiamo la pretesa di aiutare il nostro collaboratore ospitando il suo doloroso ed odioso scritto facendogli trovare solo la sorte peggiore: la compagnia.

Ho parlato di talking-cure. Spesso penso che queste pagine saranno costrette a ospitare diverse pagine di psicanalisi. Nel mio piccolo mi sono trovato a maledire Freud parecchie volte; finì di parlarne male quando cominciai a leggerlo.

La scrittura come necessità. La necessità di elaborare. La necessità di stare ad ascoltare, contro solipsismi e necessità da liceali. La necessità di stare ad ascoltare. Come pace nell’apprendere dell’altro oltre noi; come stupore e rabbia nel trovarsi nell’altro; anche come necessità di trovarsi nell’altro.

Lettura lettura lettura. Lettura obbligatoria, studio. Studio, così letteratura italiana, geografia, storia moderna. Letture e letture evacuate fulminee

come da stomaci deboli in minuti di esami sudati quanto minuti sul cesso.

Dal collegamento spericolato fra Freud ed i corsi di Geografia della prof.sa Federzoni è responsabile che si chiama Il Testo Narrativo di R. Ceserani e A.Bernardelli. Fotocopiatevi il 15% giusto e fatevi arricchire da lui su quanto sia importante e necessario il narrare nello schiettissimo, utilissimo quotidiano.

Tutta ‘sta roba. Nessuno si rende conto di quanto la storia dello studente sia la storia del suo silenzio.

Legge. Per tutta la sua carriera, legge. Assorbe.

Riferirà, estrapolerà viscere di quelle settimane di preparazione solo per pochi minuti, in cui magari il prof è pure incazzato.

Fatto ciò, nel migliore dei casi, lo studente dimenticherà.

Migliore. si. A chi è piaciuta la materia, ma non ha canali dove incontrare persone con cui parlarne, varrà solamente un po’ di pena, disgusto, schifo per questo sistema accademico pessimo che ci gonfia e ci lascia esplodere come maiali da combattimento e d’assedio.

Non penso di essere l’unico ad avere avuto idee ed esigenze simili. Oltretutto non ci credo e non ci voglio credere..}}